‘Riforma’ Gelmini-Tremonti: analisi e opinioni
Discussione sulla “riforma” della scuola: Gelmini-Tremonti (spiegazione, effetti, pensieri)
Come già ben noto, da ormai qualche settimana l’Italia assiste a un grande movimento di protesta contro le nuove norme introdotte in materia di istruzione ( di ogni grado ). Spesso però, la conoscenza delle suddette norme si estende solamente a quella acquisita da una veloce lettura o da quello che sappiamo per ‘sentito dire’. Visto che il problema è molto serio, e visto che la maggior parte delle preoccupazioni sono più che fondate, ho ritenuto utile scrivere questo noioso ‘riassunto’ (leggendo, vi renderete conto che non è poi così riassunto, ma ad una questione di tale importanza è doveroso dedicare molte parole). Io, non sono per niente estraneo alla politica, ma tenterò di guardare le cose da un punto di vista serio, documentandomi al meglio ma già da subito dico che non escluderò il mio pensiero, perché è per questo che scrivo: per farvi capire. Con me, le certezze saranno spiegate e i dubbi, verranno esaminati. Mi raccomando, anche quello che è scritto nelle ultime pagine è importantissimo, quindi dedicate attenzione a tutto.
QUALI NORME CI INTERESSANO? Abbiamo il disegno di legge del 01 agosto 2008, il decreto legge del 28 agosto 2008, il decreto del 01 settembre 2008 e una sua modifica, vari emendamenti e sostituzioni.
DECRETO 01 SETTEMBRE 2008: Disposizioni in materia di istruzione, università e ricerca.
ARTICOLO 1: Cittadinanza e costituzione. Con questo articolo, viene introdotta una nuova materia di studio destinata a scuole elementari e medie (primo ciclo) e superiori (secondo ciclo). Trentatre saranno le ore annuali dedicate a questa nuova materia che si prefigge di insegnare ai ragazzi le basi della nostra legge e il vivere civile. Su questo articolo, non ci sono state polemiche. Pare che tutti abbiano accettato e ben accolto. Possiamo archiviarlo tra le note positive perché credo che ben pochi si possano opporre all’insegnamento delle più elementari norme della società (le parti evidenziate in verde saranno appunto gli aspetti meno controversi. Quelle evidenziate in rosso saranno indicative degli aspetti più controversi).
ARTICOLO 2: Valutazione del comportamento. In pratica si spiega che, per elementari, medie e superiori, è reintrodotta la validità del voto in condotta ai fini di valutazione. Ciò significa che, ogni alunno riceverà un voto in condotta che andrà a fare media con tutti gli altri e nei casi più gravi, potrebbe comportare la bocciatura o la non ammissione agli esami. Già in questo caso, le polemiche si scatenano. Da una parte, alcuni alunni sostengono che la condotta servirà da deterrente al fenomeno del bullismo (che effettivamente sta diventando un fenomeno troppo grave) ma altri avanzano dubbi leciti: siamo sicuri che questo provvedimento possa veramente incidere in maniera vistosa? E ancora, siamo sicuri che questo non verrà usato come strumento di ricatto o ritorsione da parte dei soliti professori? Secondo il mio parere, è possibile che vi siano ‘ricatti’ vari ma questi avverrebbero come succede per tutte le materie. Inoltre, non è nemmeno pensabile che un alunno responsabile e mediamente educato possa essere bocciato a causa della condotta. A chi non è responsabile ed educato, mi sento di dire “fatevi un esame” prima di lamentarvi: le questioni irrisolte coi prof, si possono risolvere con le semplici e pacate parole, che certe volte hanno più effetto di urla e bravate varie.
ARTICOLO 3: Saldo dei debiti formativi e calendario. Qui, non si fa altro che mantenere la linea del ministro Fioroni sui debiti formativi che devono essere recuperati per procedere nel percorso. Per quanto doloroso (e lo dico da studente) era necessario. Se la fiducia dataci con il sistema dei debiti trascinabili da anno in anno non l’abbiamo saputa sfruttare, è giusto che qualcuno ci costringa a studiare. Certo, anche qui si presenta il problema delle antipatie ma per questo, non si può consentire di rovinare il livello di istruzione di una generazione intera.
ARTICOLO 5: Assunzione personale scolastico. Questo articolo non è stato criticato perché non è causa di precariato e\o disagi, ma regolamenta solamente l’assunzione dei lavoratori.
ARTICOLO 6: Carta dello studente. “Al fine di promuovere tra gli studenti della scuola secondaria superiore su tutto il territorio nazionale l’esercizio del diritto allo studio e la più ampia fruizione di attività di carattere culturale, educativo e formativo, ivi compresa la mobilità nazionale, europea ed internazionale, è istituita la carta dello studente, denominata “Io studio”. La carta, tesa a promuovere tra i giovani le opportunità di crescita educativa e di formazione che possono derivare dal vasto panorama dell’offerta culturale, è rilasciata gratuitamente a tutti gli studenti che accedono alla scuola secondaria superiore.”
ARTICOLO 9: l’articolo 9, regolamenta l’assunzione di ricercatori universitari. Questo articolo ha ben poca risonanza visto che a quanto pare non risolve quasi per nulla i problemi che interessano questa categoria e nemmeno li peggiora.
DECRETO LEGGE 28 AGOSTO 2008: disposizioni in materia di istruzione, università e ricerca (si trattano i concetti espressi dal precedente)
DISPOSIZIONI URGENTI IN MATERIA DI ISTRUZIONE E UNIVERSITA’
Con questo testo si applicano le disposizioni (già analizzate) riguardanti condotta, debiti e nuova materia (cittadinanza e costituzione) ma si aggiungono due disposizioni rilevanti.
1)Adozione dei libri di testo: “i competenti organi scolastici adottano libri di testo in relazione ai quali l’editore si sia impegnato a mantenere invariato il contenuto nel quinquennio, salvo le appendici di aggiornamento eventualmente necessarie da rendere separatamente disponibili.” Questo significa che non vi sarà un continuo cambiamento dei testi di anno in anno, abbattendo così i costi per le famiglie.
2)Insegnate unico nella scuola primaria: “e’ ulteriormente previsto che le istituzioni scolastiche costituiscono classi affidate ad un unico insegnante e funzionanti con orario di ventiquattro ore settimanali.
Nei regolamenti si tiene comunque conto delle esigenze, correlate alla domanda delle famiglie, di una piu’ ampia articolazione del tempo-scuola.” Qui, entra in gioco anche l’articolo 64 del decreto 133/2008: esso spiega che, per quanto riguarda il personale ATA (ad esempio i bidelli) per esso verrà determinata una riduzione del 17%. Ciò significa che, presumo, al pensionamento di una certa parte di personale ATA non seguirà un altrettanto adeguato numero di assunzioni. E in un momento di crisi e mancanza di lavoro, lasciatemi dire, non è il meglio. E’ vero, in molte scuole agiscono direttamente le imprese di pulizia, ma non ci rendiamo nemmeno conto di quanto sia fondamentale il personale ATA per i servizi che, tutti i giorni, noi studenti e professori, richiediamo. In questo caso citiamo l’articolo 64 del decreto 133\2008 perché è quello che spiega come favorire la “razionalizzazione” dell’utilizzo delle risorse, che detta così, non sembrerebbe nemmeno male, se non si trattasse di favorire la disoccupazione e se non fossero nate tutte le polemiche sui famigerati tagli. Comunque, torniamo al maestro unico. Chi è favorevole, sostiene che quella del maestro unico sia una scelta giusta in quanto l’intero sistema scolastico europeo, prevede un unico insegnante per la scuola elementare. Chi invece è contrario porta a supporto della sua posizione il fatto che la scuola elementare italiana, unica e sola a dare soddisfazioni nel sistema italiano, è stata annoverata come una tra le migliori al mondo, se non la migliore in assoluto. Allora si chiedono: “Ma se bisogna razionalizzare, è giusto farlo sull’istruzione? E ancora: se bisogna razionalizzare proprio sull’istruzione, è giusto penalizzare quella parte del sistema che meglio ha reso fino ad oggi? Qualcuno sostiene che, con il maestro unico, i nostri genitori siano cresciuti comunque molto bene. Certo, non lo mettiamo in dubbio, ma perché rischiare di compromettere la stabilità di questo sistema? Infondo, nessuno di noi può prevedere se le cose cambieranno in meglio o in peggio. L’unica cosa di cui siamo sicuri è che ci sono molti interrogativi. Quelle decine di migliaia di persone che non potranno più esercitare nel classico modello tre maestri per due classi, a fronte di un eccesso di insegnanti….dove lavoreranno? Qualcuno dice che non lavoreranno (…e verrebbe da chiedersi se una legge che permetta di buttare in strada migliaia di persone sia accettabile) altri, forse con maggiore ragione, sostengono che vivranno in un limbo esercitando nei “tempo pieno”. Tuttavia, a parere mio, da quello che si legge non è chiara la situazione: dovranno essere gli stessi prof ‘prevalenti’ a seguire le lezioni pomeridiane, o potranno essere anche altri maestri? (forse solo ora si capisce che entrambi potranno farlo) Inoltre, vengono ridotte le ore di studio…e viene da chiedersi: ma, vista la riduzione, come recupereranno i bambini le ore perse? Con il tempo pieno? Quel tempo pieno che nessuno tra insegnanti, presidi, genitori ha capito se sarà garantito o no? Quel tempo pieno già in bilico per mancanza di organico?Ma l’altra cosa che preoccupa molti è la qualità dell’insegnamento: un unico insegnante, dovrà, presumibilmente in meno tempo, occuparsi dei bambini. Non si avrà tempo di discutere e dialogare e le attività didattiche (proprio per un discorso di comodità) potrebbero essere compromesse. Davanti all’assenza di risposte da parte dell’esecutivo, non posso far altro che capire e sostenere chi protesta o perché è destinato a rimanere in strada, o perché è destinato a non essere assunto o perché non sa se dovrà smettere di lavorare perché dovrà tenere il figlio a casa il pomeriggio. In poche parole: già per alcuni suoi aspetti (che sono chiari) questa norma si preannuncia problematica dal punto di vista sociale; ma se gli aspetti che non sono chiari anche ai presidi, dovessero tramutare la situazione verso ciò che costituisce problema, è facile presumere che questa legge possa avere un impatto devastante sulla società italiana (meno istruzione ai bambini, disoccupazione, incertezza, problemi alle famiglie). Chi da del “caprone” o dello “sviato dalla sinistra” ai manifestanti (che per correttezza lo diremo, sono anche genitori, professori e personale ATA) farebbe meglio allora, ad adoperarsi per chiarire questi punti oscuri che anche se non ci faranno apprezzare questo articolo, almeno, lo renderanno più facile da accettare, per quanto possibile. Anche perché, se si tagliano gli insegnati e poi i rimanenti o altri dovranno occuparsi del tempo pieno (con maggiore impegno), dov’è che sta il taglio allo spreco?Qualcuno ipotizza che delle scuole con pochi alunni dovranno chiudere creando non pochi disagi.
Qui, i provvedimenti presi dal nuovo ministro dell’istruzione, si concludono. Si può dire che nemmeno chi presentava il decreto come una mostruosità aveva ragione: infatti si evince che ci sono molti punti che mai sono stati criticati o che comunque, sono stati accolti senza troppe polemiche. L’unica grave pecca è quella delle disposizioni sulle elementari, che già non chiare, rischiano di causare gravi danni alle persone adulte, ma anche ai bambini. Andremo ora ad esaminare l’altra fonte di incertezza e polemica: l’insieme delle normative ideate da Tremonti e qui, la situazione non è così “rosea” (per usare un eufemismo) come prima.
LEGGE 6 AGOSTO 2008, n° 133
“Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 25 giugno 2008 n° 112, recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”
Il capo V (Istruzione e ricerca) si apre con l’articolo 15: costo dei libri scolastici. Il primo fatto che si evince, è che gli studenti avranno modo, dietro pagamento (inizialmente) o gratis , di accedere al più adatto materiale didattico tramite internet. Ma è il famigerato articolo 16 che attira maggiormente le nostre attenzioni. Forse articolo più criticato esso così si sviluppa:
“1. In attuazione dell’articolo 33 della Costituzione, nel rispetto delle leggi vigenti e dell’autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria, le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato. La delibera di trasformazione e’ adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta ed e’ approvata con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. La trasformazione opera a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello di adozione della delibera.
2. Le fondazioni universitarie subentrano in tutti i rapporti attivi e passivi e nella titolarità del patrimonio dell’Università. Al fondo di dotazione delle fondazioni universitarie e’ trasferita, con decreto dell’Agenzia del demanio, la proprietà dei beni immobili già in uso alle Università trasformate.
3. Gli atti di trasformazione e di trasferimento degli immobili e tutte le operazioni ad essi connesse sono esenti da imposte e tasse.
4. Le fondazioni universitarie sono enti non commerciali e perseguono i propri scopi secondo le modalità consentite dalla loro natura giuridica e operano nel rispetto dei principi di economicità della gestione. Non e’ ammessa in ogni caso la distribuzione di utili, in qualsiasi forma. Eventuali proventi, rendite o altri utili derivanti dallo svolgimento delle attività previste dagli statuti delle fondazioni universitarie sono destinati interamente al perseguimento degli scopi delle medesime.
5. I trasferimenti a titolo di contributo o di liberalità a favore delle fondazioni universitarie sono esenti da tasse e imposte indirette e da diritti dovuti a qualunque altro titolo e sono interamente deducibili dal reddito del soggetto erogante. Gli onorari notarili relativi agli atti di donazione a favore delle fondazioni universitarie sono ridotti del 90 per cento.
6. Contestualmente alla delibera di trasformazione vengono adottati lo statuto e i regolamenti di amministrazione e di contabilità delle fondazioni universitarie, i quali devono essere approvati con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. Lo statuto può prevedere l’ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti, pubblici o privati.
7. Le fondazioni universitarie adottano un regolamento di Ateneo per l’amministrazione, la finanza e la contabilità, anche in deroga alle norme dell’ordinamento contabile dello Stato e degli enti pubblici, fermo restando il rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario.
8. Le fondazioni universitarie hanno autonomia gestionale, organizzativa e contabile, nel rispetto dei principi stabiliti dal presente articolo.
9. La gestione economico-finanziaria delle fondazioni universitarie assicura l’equilibrio di bilancio. Il bilancio viene redatto con periodicità annuale. Resta fermo il sistema di finanziamento pubblico; a tal fine, costituisce elemento di valutazione, a fini perequativi, l’entità dei finanziamenti privati di ciascuna fondazione.
10. La vigilanza sulle fondazioni universitarie e’ esercitata dal Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. Nei collegi dei sindaci delle fondazioni universitarie e’ assicurata la presenza dei rappresentanti delle Amministrazioni vigilanti.
11. La Corte dei conti esercita il controllo sulle fondazioni universitarie secondo le modalità previste dalla legge 21 marzo 1958, n. 259 e riferisce annualmente al Parlamento.
12. In caso di gravi violazioni di legge afferenti alla corretta gestione della fondazione universitaria da parte degli organi di amministrazione o di rappresentanza, il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca nomina un Commissario straordinario, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, con il compito di salvaguardare la corretta gestione dell’ente ed entro sei mesi da tale nomina procede alla nomina dei nuovi amministratori dell’ente medesimo, secondo quanto previsto dallo statuto.
13. Fino alla stipulazione del primo contratto collettivo di lavoro, al personale amministrativo delle fondazioni universitarie si applica il trattamento economico e giuridico vigente alla data di entrata in vigore del presente decreto.
14. Alle fondazioni universitarie continuano ad applicarsi tutte le disposizioni vigenti per le Università statali in quanto compatibili con il presente articolo e con la natura privatistica delle fondazioni medesime.”
Quali sono le intenzioni di questo provvedimento? Quali sono i rischi? I propositi di questa legge, sono di abbattere gli sprechi. Mi dispiace dirlo, ma in queste disposizioni, non vedo alcun segno chiaro che riconduca ad un sostanzioso abbattimento degli sprechi. Infatti si legge: “Resta fermo il sistema di finanziamento pubblico; a tal fine, costituisce elemento di valutazione, a fini perequativi, l’entità dei finanziamenti privati di ciascuna fondazione.” Questo significa semplicemente che al fine di non favorire il decadimento di una università, il finanziamento da parte dello stato avverrebbe se ve ne fosse bisogno o meno, a seconda della quantità di fondi messi a disposizione dai privati. Ciò significa che avendo una università A pubblica, una B privata in bancarotta e una C privata stabile, verrebbero finanziate la A perché pubblica e la B perché in difficoltà ma non la C. Fin qui, non ci sarebbe niente da dire. Ma è ora, che sorgono i problemi: quelli enormi.
Prima di tutto, viene da sottolineare un fatto: è chiaro che il governo abbia voluto in qualche modo auspicare la trasformazione delle università in fondazioni altrimenti perché inserire questa norma in un contesto votato al risparmio? Se tutte le università rimanessero pubbliche, non si avrebbe risparmio. E’ quindi prevedibile che il governo interverrà in futuro, spingendo affinché la maggioranza delle strutture universitarie si trasformino in fondazioni di diritto privato. Grazie a questo provvedimento, dei privati, potranno controllare sotto tutti i punti di vista, l’istruzione universitaria (attenendosi alle direttive ministeriali ovviamente). Avranno campo libero nell’utilizzo dei fondi e nel loro accumulo, potranno decidere in alcuni punti dell’offerta formativa e dei progetti. Potranno regolarsi e stabilire dei ‘paletti’ come fanno le università pubbliche. Potranno anche, ed è questo quello che spaventa molti, aumentare le rette per frequentare. E’ presumibile, perché nulla lo vieta né lo sconsiglia che all’inizio i privati, regolino le loro attività in base ai fondi di cui già dispongono e a quelli provenienti dalle rette pagate dagli studenti. Allora, visto che i finanziamenti da parte dello stato sono da evitare proprio grazie ai principi dell’articolo (che altrimenti sarebbe inutile) e visto che nessun privato è disposto a sacrificarsi economicamente in prima persona per il bene della propria università possiamo pensare che, nelle università private, le rette possano aumentare di molto. In un periodo di disagio economico notevole e di intenso bisogno del titolo di studio universitario, l’impossibilità per alcuni cittadini, di adempire al pagamento della retta, rappresenterebbe una inaccettabile violazione del diritto allo studio, dato anche per certo il fatto che ormai, l’istruzione universitaria stessa non si caratterizza più come uno status symbol o come un servizio per soli benestanti ma come fattore richiesto per la conferma della preparazione scolastica di un qualsiasi individuo in procinto di inserirsi nel mondo del lavoro. Alcuni diranno: il problema, nel caso, non si porrebbe, perché rimarrebbe sempre l’istruzione universitaria pubblica. Se qualche università pubblica riuscisse a sopravvivere, essa, sarebbe probabilmente obbligata ad aumentare anch’essa la retta e a trasformarsi sua volta in fondazione alla luce soprattutto dei nuovi tagli previsti. Se la correttezza dei gestori impedisse in questa eventuale università pubblica l’aumento della retta, a fronte della già ora disastrosa situazione finanziaria e dei nuovi tagli essa vedrebbe fortemente ridimensionato il potere della sua offerta formativa. Verrebbe così a caratterizzarsi, come accade in altri paesi, un modello ‘bidimesionale’: delle università private, sostenute dalle loro rette elevate e definite da un alto livello di competenza e formazione e delle università pubbliche, sostenute dagli scarsi finanziamenti statali. Alcune di queste università pubbliche sarebbero costose e fornirebbero un servizio di medio-alto livello, altre, sarebbero poco dispendiose, ma fornirebbero un servizio di basso livello. Di conseguenza, gli studenti frequentanti, sarebbero categorizzati dalla società come “quelli che vengono dalla pubblica che non insegna niente. Sono ignoranti, non li assumiamo.” Coloro che non avranno possibilità economiche, dovranno accontentarsi di un futuro mediocre. E’ pur vero che certi paesi adottano lo stesso modello con risultati stranamente sorprendenti, ma si tratta di paesi in cui vige un elevato welfare (cosa che purtroppo non si può dire dell’Italia) e in cui il bilancio statale non è in rosso. Se così non fosse, non si spiegherebbe nemmeno il motivo di tutto questo quarantotto.
Ma tutto quello detto fin qui è nulla in confronto a quello che sto per riportavi ora. Pensate a una azienda che sia nata con lo scopo di attuare i progetti di vari ‘pensatori’ come in una sorta di simbiosi. Ovviamente, questa azienda tenterà di attuare quel progetto che meglio potrà portare giovamento alle proprie casse.
Chi saranno i privati che gestiranno le università? Dei mecenati con l’intenzione di diffondere il sapere? Forse, ma oggi non ce ne sono molti. Dei semplici ricchi cittadini, così tanto per divertirsi? Forse. Ma chi, sarebbe interessato veramente a capeggiare queste strutture? Chi, con l’adeguata disponibilità di denaro, sarebbe disposto a spendere di più per metterci le mani? Ma è ovvio: tutte le persone che traggono dei vantaggi dai campi della ricerca (in tutti i settori: biologico, genetico, meccanico, dell’ingegneria, della fisica, chimico) perché così, divenendo a capo della ricerca universitaria, potranno controllarla e indirizzarla in modo da ricavarne il maggior introito economico. Ed è questa quella che si prospetta essere la più grande rovina della nostra società. Immaginate i dirigenti di un grosso polo farmaceutico che controllino una vasta rete di università. Le ricerche di queste università, ovviamente, sono basate anche sul campo chimico-biologico-farmaceutico. E allora, davanti al bivio “scegliamo di trovare una cura definitiva del cancro” o “scegliamo di migliorare delle tecniche tampone che impediscano il progredire del cancro”..quale sceglierebbero, se non il secondo, che grazie a ore e ore di cure, euro su euro spesi per medicinali vari per svariati anni, gli porterebbe milioni di euro di ricavo? Bisogna ammettere che questa non è affatto una ipotesi impossibile, anzi. Se si verificasse, non solo ci troveremmo ad avere una inaccettabile divisione fra università di serie A e di serie B, ma avremmo anche una serie di università che invece di ricercare, speculano. Così, si uccide la potenzialità della ricerca italiana, si abbatte la competitività dell’industria innovativa italiana e dei ricercatori italiani. Pensate a una lobby del petrolio che si insinui nelle università di ingegneria ambientale: come si potrebbero sviluppare efficaci utilizzi delle energie rinnovabili? Così, mentre tutta l’UE competerebbe mettendo in campo i migliori coi progetti migliori, noi, metteremmo sul campo i progetti fatti per non essere i migliori e avremmo scienziati preparati per non essere i migliori. Alla faccia degli sprechi…sapete quanto costerebbe all’Italia in termini di competizione internazionale, prestigio e progresso?
Ma non è ancora finita. Dobbiamo ancora esaminare l’articolo 66.
Il comma 3: “ 3. Per l’anno 2009 le amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 523, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 possono procedere, previo effettivo svolgimento delle procedure di mobilità, ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 10 per cento di quella relativa alle cessazioni avvenute nell’anno precedente. In ogni caso il numero delle unità di personale da assumere non può eccedere, per ciascuna amministrazione, il 10 per cento delle unità cessate nell’anno precedente. ” Semplicemente tradotto questi articolo afferma che, a fronte di un totale di ‘pensionamenti’ per anno, le assunzioni non dovranno superare del 10% i pensionamenti stessi. Ad esempio, da una università che perdesse 10 professori nell’anno 2009 solo 1 nuova assunzione sarebbe consentita. Qui, si va di nuovo a favorire la disoccupazione e anche se effettivamente si riducessero i costi, quanto pare incivile, risparmiare sul futuro di migliaia di aspiranti professori? Inoltre, siamo certi che a lungo andare, magari fra 5 anni (anche se la norma del 10% va poi a dilatarsi fino al 50%), non ci troveremo in una situazione di scarsità di professori proprio grazie a questo?
Ed ecco il comma 13, il più, come dire, emblematico: “In relazione a quanto previsto dal presente comma, l’autorizzazione legislativa di cui all’articolo 5, comma 1, lettera a) della legge 24 dicembre 1993, n. 537, concernente il fondo per il finanziamento ordinario delle università, e’ ridotta di 63,5 milioni di euro per l’anno 2009, di 190 milioni di euro per l’anno 2010, di 316 milioni di euro per l’anno 2011, di 417 milioni di euro per l’anno 2012 e di 455 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013.” Credo che per questo non vi sia bisogno di semplificazioni: si tratta dei tagli. Anno dopo anni, i finanziamenti alle università vanno rarefacendosi. Per riassumere, un po’ più di 1400 milioni di euro (1.4 miliardi) verranno sottratti. Osservando la tabella delle entrate complessive del settore universitario dal 2001 al 2004 si evince che da 9.7 miliardi di euro, si passa a 10.9 miliardi. A noi basta questo: a 10.9 sottraiamo 1.4 e otteniamo 9.5 miliardi, una cifra inferiore a quella del 2004. Nel 2012 avremo fatto un passo indietro, lungo 8 anni. Con le università già allo stremo, 1\10 della loro forza economica verrà eliminato. Per quanto sempre finanziate dallo stato, le università pubbliche non riusciranno a sostenere le spese ordinarie e quelle della ricerca.
E qualcuno si è chiesto: perché tutti questi caproni protestano? Non si rendono conto che il governo sta tagliando gli sprechi?
Ebbene, vorrei per ultima cosa porre l’accento su questo. Negli ultimi giorni, milioni di persone si sono interessate a queste leggi. Centinaia di migliaia di ragazzi sono scesi in piazza (non solo a Roma, ma in tutte le città) seguiti da una grande parte di professori, personale ATA e universitari. In tutto, milioni di persone. Siamo al limite del ridicolo quando sentiamo dire che tutte queste persone sono degli stolti. Siamo al ridicolo quando qualche astuto pensatore trova il coraggio di insinuare che tutti i ragazzi che stanno manifestando hanno torto perché non possono capire l’importanza di questi progetti e non possono decidere per la maggioranza. Siamo al ridicolo quando si pensa che siano stupidi tutti quei ragazzi che hanno frainteso qualche norma, perché oggi, col mio lavoro, mi sono reso conto che nemmeno un adulto laureato sarebbe in grado di capire facilmente questo groviglio di mangrovie. Siamo al ridicolo quando si parla di una maggioranza silenziosa che approva la legge..sarebbe forse questo un buon motivo per non manifestare?(e badate bene, non ho detto occupare) Io, qui, sebbene sia evidentemente contro questa riforma, ho tentato in modo veramente obbiettivo di riportare tutto: aspetti positivi e negativi e credetemi quando dico che mi dispiace sinceramente di averne trovati così pochi positivi.
Ai tg, si sente solamente parlare della ‘riforma’ Gelmini che è la meno disastrosa. Se ne guardano bene dall’accennare qualcosa sulla 133 di Tremonti. Tutti questi incravattati e colti signori che non si spiegano perché un universitario protesti contro il maestro unico guardandoci dall’alto al basso mi ispirano compatimento. Perché? Prima di tutto, non hanno colto che gli universitari protestano soprattutto per i tagli e le fondazioni e secondariamente, credono forse che gli universitari non possano avere figli, figli che inevitabilmente dovranno frequentare le elementari?
Questo governo, giustifica tutto con la politica del taglio allo spreco, della lotta ai baroni e ai fannulloni. Allora, ora, mi devono spiegare dove sono i provvedimenti contro i baroni? Io, e altri milioni di persone, vediamo soltanto degli indistinti tagli (tra l’altro anche se i fondi fossero distinti, sarebbero sempre troppo pochi ). Qualche lotta allo spreco si vede, peccato che costi decine di migliaia di sacrifici sociali. E i fannulloni, chi sarebbero? Quei bambini delle elementari che con destrezza si divincolano dagli studi per intraprendere esperienze brave in squallide notti d’estate? O forse, quei vili ricercatori che osano insinuarsi come ratti negli scantinati delle nostre scuole per rosicchiare un po’ di libri di fisica?
E pensate un po’, alcuni di loro, hanno perfino la presunzione di manifestare!
In una società piena di sprechi (non necessariamente nel campo dell’amministrazione) si vuole andare a colpire l’istruzione, che dopo la sanità, la casa, il cibo e l’acqua è la cosa più importante.
Gente, lasciando da parte le ironie, pensateci su: in questi giorni i sogni di migliaia di persone (me compreso) stanno andando in fumo per colpa di un governo sordo e di un popolo poco attento ai problemi dei concittadini. Ma non credete che questi problemi resteranno lontani da voi per sempre. Sarà la società a risentirne gli effetti. Ragionate e leggete. Se l’ho fatto io che ho 18 anni potete farlo tutti voi. Non dovete per forza pensarla come me, ma dovete almeno provare a capire le motivazioni di chi vi implora per essere ascoltato. Per una volta siate popolo e non quartiere. Per una volta, guardate più lontano. Per una volta aiutateci a non subire un’altra sconfitta: la sconfitta di tutti.
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